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Portrait of Healthcare Professionals: Emphasis on Human Interaction, Color Harmony, and Environmental Context in Medical and Caregiving Settings

Premessa

Il sito istituzionale dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche (OPI) è uno spazio di informazione, riflessione e condivisione a servizio della comunità professionale e dei cittadini. La sezione dedicata ai contributi esperienziali ha l’obiettivo di valorizzare le esperienze degli infermieri, promuovere la cultura professionale e stimolare il confronto su temi di interesse sanitario, assistenziale e sociale.
Finalità della sezione

La sezione raccoglie contributi che:

  • valorizzano l’esperienza professionale infermieristica;
  • favoriscono la riflessione etica, deontologica e organizzativa;
  • promuovono buone pratiche assistenziali;
  • rafforzano il legame tra professione, territorio e futuro della sanità.
Tipologia dei contributi


Possono essere proposti:

  • racconti di esperienze professionali;
  • riflessioni su casi assistenziali, organizzativi o formativi;
  • testimonianze di progetti, percorsi o iniziative rilevanti;
  • contributi di carattere divulgativo basati sull’esperienza e supportati da evidenze scientifiche e/o linee guida riconosciute.
Criteri di valutazione per la pubblicazione

La Commissione OPI valuta i contributi sulla base dei seguenti criteri.

Attinenza professionale

Il contenuto deve riguardare l’esperienza infermieristica o ambiti strettamente connessi alla professione, al sistema salute o alla tutela del cittadino.

Rilevanza del tema

Il contributo deve avere un valore formativo, informativo o riflessivo per la comunità professionale o per la cittadinanza.

Coerenza deontologica

Il testo deve essere coerente con i principi del Codice Deontologico della professione infermieristica.

Correttezza etica e morale

Il linguaggio e i contenuti devono rispettare persone, colleghi, istituzioni e cittadini. Non sono ammessi contenuti offensivi, denigratori o polemici.

Correttezza scientifica

Eventuali riferimenti clinici, assistenziali o organizzativi devono essere corretti e basati su conoscenze condivise. Le opinioni personali devono essere chiaramente riconoscibili come tali.

Tutela della privacy

Non devono essere presenti dati o elementi che consentano l’identificazione diretta o indiretta di pazienti, familiari o colleghi.

Chiarezza e qualità del testo

Il contributo deve essere scritto in modo chiaro, comprensibile e adeguato a un contesto istituzionale.

Assenza di finalità promozionali

Non sono ammessi contenuti pubblicitari, autopromozionali o con conflitti di interesse non dichiarati.

Modalità di valutazione

Tutti i contributi inviati sono sottoposti a valutazione da parte della Commissione OPI competente, che si riserva la facoltà di:

  • approvare il testo per la pubblicazione;
  • richiedere eventuali modifiche o integrazioni;
  • non procedere alla pubblicazione qualora non siano rispettati i criteri indicati.

La pubblicazione non è automatica e avviene a insindacabile giudizio della Commissione, nel rispetto delle finalità istituzionali dell’Ordine.

Nota finale e modalità di invio

L’invio di un contributo implica l’accettazione delle presenti linee guida e l’autorizzazione alla pubblicazione sul sito OPI.


I contributi devono essere inviati esclusivamente tramite posta elettronica all’indirizzo e-mail:
raccontami.esperienza@gmail.com.

Per garantire la corretta ricezione e gestione del materiale, i testi devono essere allegati in formato PDF oppure DOCX (Microsoft Word). Si prega di non inviare file in formati differenti o collegamenti a cartelle condivise esterne per ragioni di sicurezza e compatibilità.

Raccontami la tua esperienza

“Quello che resta”: riflessioni di un’infermiera alla soglia del pensionamento

Mi chiamo Daria. Mancano circa quindici mesi al mio pensionamento, e già sento il bisogno di fermarmi, di ripercorrere i passi di un percorso lavorativo intenso, che mi ha insegnato molto sulla vita e sulle persone.

Dal ruolo subordinato all’autonomia

Ho iniziato a lavorare nel 1987, quando l’infermiere era ancora vincolato al mansionario: un ruolo subordinato, con compiti rigidamente definiti. Ho potuto così vivere in prima persona la trasformazione della professione, vedere crescere l’autonomia, il riconoscimento delle competenze e il ruolo centrale nella sanità. Guardare indietro non è nostalgia, è raccogliere ciò che resta di un percorso intenso e umano.

Ricordo la tensione dei primi giorni, la paura di sbagliare, il desiderio di essere utile nonostante tutto. Con il tempo ho visto la professione cambiare: siamo diventati figure autonome, competenti, riconosciute. Ho lavorato in emergenza territoriale: ambulanze, automediche, elicotteri, punto di primo intervento e in centrale operativa. Ho visto il dolore e la vita intrecciarsi davanti ai miei occhi, ho contribuito in prima persona a costruire un sistema oggi pilastro del Servizio Sanitario Regionale.

Sono passata in rianimazione e, infine, ho concluso il mio percorso con un incarico di funzione organizzativa con coordinamento nel laboratorio di emodinamica/elettrofisiologia e negli ambulatori di cardiologia del presidio ospedaliero di Ravenna, AUSL della Romagna. Ogni gesto, ogni decisione, era carico di responsabilità: la competenza si misurava nel silenzio, tra un respiro e l’altro.

Le sfide degli ultimi anni

Non è stato facile. Ogni conquista ha richiesto impegno, fatica, studio e determinazione. Abbiamo dovuto dimostrare continuamente il nostro valore, affrontare resistenze, conquistare autonomia e rispetto. Eppure, negli ultimi anni, il contesto della sanità pubblica ci ha messo alla prova: poche risorse, personale ridotto, aspettative crescenti. Il riconoscimento economico e sociale non sempre ha seguito i nostri passi. È stato come correre su un terreno che a volte cede sotto i piedi.

Gli infermieri, in particolare, vivono una condizione di scarsa valorizzazione, nonostante siano una colonna portante del sistema. Eppure credo che il riconoscimento, prima di tutto, debba partire da noi. Dobbiamo essere noi i primi a credere nel nostro valore, a non svenderci, a non accettare passivamente il ridimensionamento della nostra identità. La fiducia dei cittadini si conquista con i gesti quotidiani, con la coerenza, con la presenza, con la competenza e la professionalità. Il rispetto sociale nasce da una professionalità che non si limita a fare, ma che riflette, ascolta, accompagna e si prende la responsabilità di esserci davvero.

L’importanza della relazione e del gruppo

Ma ciò che rende la nostra professione speciale non è solo ciò che facciamo, ma come lo facciamo. In un mondo che corre, che automatizza, che spesso dimentica le persone, noi possiamo ancora fare la differenza. Lo facciamo attraverso la relazione: ascoltare, guardare, contenere, stare accanto, anche quando non possiamo guarire. Lo facciamo insieme, ho imparato a riconoscere il valore del gruppo, della complicità silenziosa tra colleghi, del sostegno reciproco nei momenti critici. Ci capiamo con uno sguardo, condividiamo la fatica e le piccole vittorie. Essere infermiere significa esserci per i pazienti, ma anche esserci gli uni per gli altri.

L’assistente infermiere: sfida o opportunità?

In questo scenario, si affaccia oggi una nuova figura: l’assistente infermiere, introdotto recentemente con decreto legge. È una figura di supporto, che può occuparsi delle attività meno complesse, liberando tempo e risorse per gli infermieri, chiamati a compiti clinici, educativi e gestionali sempre più articolati. Molti lo paragonano all’infermiere generico, di lontana memoria. Ma non è un ritorno al passato, non è un passo verso la dequalificazione della nostra figura. È, semmai, una sfida da affrontare con lucidità e visione, per organizzare meglio il lavoro, proteggere le competenze e garantire un'assistenza efficace. Affinché questa integrazione funzioni davvero, però, dobbiamo essere noi infermieri a guidare il cambiamento: formare, supervisionare, definire confini e responsabilità. Il rischio non è la presenza di nuovi operatori, ma la nostra eventuale assenza dalle scelte.

A chi sceglie di cominciare

A chi oggi sta pensando se iscriversi a infermieristica, voglio dire: fatelo. Non cercate una professione comoda, cercate una professione viva, che vi cambia, che vi insegna ogni giorno qualcosa di nuovo su voi stessi e sugli altri. È un cammino che vi metterà alla prova, ma che vi darà senso, che vi insegnerà l’equilibrio tra sapere e sentire, tra fare e ascoltare, tra agire e riflettere.

Vi troverete dentro alle storie più difficili, ma anche alle rinascite più belle, avrete l’onore di accompagnare le persone nel momento in cui la vita mostra tutta la sua fragilità, e quindi la sua verità.

Conclusione

Mi manca ancora un anno e mezzo al pensionamento, eppure già sento il bisogno di raccogliere ciò che resta. Una vita fatta di emergenze, di decisioni improvvise, di mani che si stringono. Ma anche di apprendimento, di crescita, di silenzi condivisi tra colleghi, di sorrisi complici dietro le mascherine. Essere infermiere significa non essere mai soli: ogni gesto ha senso solo se è parte di qualcosa di più grande, di un sistema e di una rete di relazioni.

E allora sì, rifarei tutto da capo. Con lo stesso cuore, ora, mi rivolgo a chi sta iniziando: vi lascio non un addio, ma un testimone e una certezza. La nostra professione è viva, ha ancora molto da dare, ma solo se ci crediamo noi per primi.

Daria Drudi
7/12/2025

Il battito silenzioso della cura

Il rumore dei passi riecheggiava nel lungo corridoio dell’ospedale. Marta stringeva il quaderno tra le mani, il cuore che batteva forte. Era il suo primo giorno da infermiera. Anni di studi, di sacrifici, di sogni, ed eccola lì, pronta a prendersi cura degli altri. Ma cosa significava davvero essere un’infermiera?

Forse la risposta si trovava nella storia. Marta aveva sempre amato scoprire il passato della sua professione, perché ogni gesto, ogni procedura, ogni regola che avrebbe seguito in reparto affondava le radici in secoli di battaglie, rivoluzioni e scelte coraggiose.

L’inizio del viaggio

Tutto ebbe inizio secoli fa, quando prendersi cura di un malato significava più un atto di carità che una professione. Le prime a occuparsi degli infermi furono le donne — madri, figlie e mogli — spinte dall’istinto naturale di proteggere chi soffriva. Nel lontano 390 d.C., una nobildonna romana di nome Fabiola fondò quello che si potrebbe definire il primo ospedale della storia: il Valetudinaria. Qui, i malati non erano più abbandonati al loro destino, ma ricevevano cure e assistenza.

Ma il Medioevo avrebbe cambiato tutto. La cura dei bisognosi divenne un compito affidato al clero, nei conventi e lungo le vie di pellegrinaggio. Nacque così il termine infermiere, da infirmus, colui che si prendeva cura degli ammalati. L’assistenza sanitaria non era più solo un atto di compassione, ma iniziava a prendere forma come qualcosa di più strutturato.

La rivoluzione della cura

Il tempo passava e la scienza avanzava. Nel Rinascimento, i medici iniziarono a studiare la malattia con metodo, a distinguere sintomi e a cercare cure più efficaci. Ma chi stava accanto al malato, chi lo accompagnava nel dolore? Gli infermieri. Solo che, mentre i dottori guadagnavano prestigio, chi assisteva i malati restava nell’ombra.

Fu solo nel XIX secolo che tutto cambiò. E il cambiamento aveva un nome: Florence Nightingale.

Durante la guerra di Crimea, nel 1853, Florence osservò con orrore le condizioni in cui vivevano i soldati feriti: letti sporchi, mancanza di igiene e disperazione. Ma lei non si arrese. Con altre 39 infermiere, dimostrò che la cura non era solo una questione di medicine: era organizzazione, igiene e dedizione. Ridusse drasticamente il tasso di mortalità e cambiò per sempre il modo di intendere l’infermieristica. Tornata in Inghilterra, fondò la prima scuola per infermiere professionali: per lei, un’infermiera doveva essere una professionista capace di pensare e di agire con autonomia.

La battaglia per il riconoscimento

Anche in Italia le cose iniziarono a cambiare. Anna Celli, all’inizio del XX secolo, si batté per la formazione delle infermiere, denunciando le condizioni disastrose degli ospedali italiani. Era tempo di trasformare l’infermieristica in una professione intellettuale.

E così, passo dopo passo, gli infermieri iniziarono a guadagnarsi il posto che meritavano. Nel 1971, finalmente, anche gli uomini poterono accedere alle scuole infermieristiche. Nel 1994, il D.M. 739 sancì definitivamente che l’infermiere non era più un semplice esecutore, ma un professionista sanitario autonomo.

Il presente e il futuro

Marta chiuse il quaderno. Guardò il reparto attorno a sé. Ogni letto raccontava una storia, ogni paziente era un mondo da scoprire. Capì che la sua missione non era solo applicare protocolli o somministrare farmaci: era stare accanto.

Era la stessa missione che, secoli prima, aveva mosso Fabiola, Florence Nightingale e Anna Celli. Una scienza che univa tecnica e umanità, metodo e cuore. Marta respirò profondamente e mosse il primo passo nel reparto. Il viaggio era appena iniziato.

A cura di Patrizia Baroni